Ogni anno partecipo alla giornata nazionale di studi organizzata da Ornella Favero
con la redazione di Ristretti Orizzonti e di Granello di Senape.
Quella di quest’anno è stata intitolata “Punire i giovani” e aveva come fulcro le
problematiche giovanili. Ho ascoltato con interesse i vari interventi dei relatori, le
testimonianze dei redattori detenuti di R.O. e i giovani del gruppo teatro.
Lancini (psicoterapeuta) sostiene che se la disperazione non viene ascoltata, può
tramutarsi in gesti di grande violenza, e se il disagio e la sofferenza non trovano
un’opportunità di condivisione, diventano gesti disperati.
Questo convegno, per i giovani detenuti, è stato proprio un’occasione per farsi
ascoltare e un modo di arricchire il lungo percorso di riflessione portato avanti con
Ristretti Orizzonti e con tutte le realtà associative e istituzionali che operano nel
carcere.
Soprattutto si percepiva che i ragazzi che hanno parlato non negavano il reato e si
assumevano le loro responsabilità grazie anche al fatto che su di loro e con loro
non era stato fatto un lavoro di repressione ma di attenzione. Rendere il carcere più
duro , per durata e per trattamento, bloccherebbe qualunque presa di coscienza,
creando solo rabbia e livore.
Non serve inasprire le pene, quelle esistenti possono essere tranquillamente
graduate e chi delinque non fa il calcolo della pena che potrebbe essere “irrogata”
sono queste le parole chiare pronunciate dalla presidente del tribunale dei minori di
Napoli.
Una grande emozione è stata data dalle testimonianze di alcuni detenuti con grandi
applausi in una palestra gremita di operatori.
Poi i racconti e le poesie di Alì e Daniel e il rap di Ibra.
Ed è forse questa una delle cose che mi ha emozionato di più: la creatività che si fa
voce, ritmo e poesia; una creatività che nasce da chi è ristretto, nello spazio e
soprattutto nel tempo: un tempo gestito da altri, un tempo senza scansioni,
continuo, illimitato. Un tempo proibito che renderebbe aggressivi anche i più miti
agnelli eppure , dentro a queste mura di cemento, c’è chi ha trasformato il tempo in
sentimento e in armonia
E’ stata una bella giornata, in cui persone “dentro” e persone “fuori” erano insieme
senza distinzione.Ci auguriamo tutti di garantire a più detenuti possibile di non
entrare in carcere e uscirne a fine pena come sono entrati, ma di fare un percorso
realmente educativo. In altri tempi si pensava al carcere come ad un territorio
sconosciuto, abitato solo da quelli che stanno al di là delle sbarre. Invece ora
sentiamo che è parte della nostra città, che è sempre più importante che non
esistano territori, comunità, persone che stanno fuori: solo quando ci sentiamo
coinvolti in un destino comune, riusciamo a lavorare in modo inclusivo, a fare di
tutto perché le persone siano riconosciute nella loro umanità.



