Ha organizzato le cose in grande il nuovo direttore Claudio Mazzeo, 58 anni, e il risultato è stato un vero seminario a molte voci a testimoniare come la volontà, la passione, il forte credo nelle opportunità di cambiamento personale e sociale che offre la cultura, abitino Padova.
Modello e traino in ambito nazionale dell’esperienza di università in carcere. L’Ateneo dentro al Due Palazzi segue, con tutor e docenti che entrano a tenere gli esami, 42 studenti (su 60 mila) iscritti per lo più a giurisprudenza, ingegneria, scienze forestali. La casa di reclusione (537 detenuti, con pene definitive), carcere trattamentale per eccellenza e per buona volontà, dal 2003 dà la possibilità ai detenuti di fare un percorso universitario (si sono laureati in 30). Erano stipati ieri i gradoni dell’auditorium del Due Palazzi con i poster di vecchi film dipinti sui muri da detenuti, a partire da “I soliti ignoti”. Al tavolo dei relatori, i vertici di tutte le istituzioni possibili. Ogni intervento, uno squarcio motivato, propositivo, senza paludamenti. «Il mio impegno è incrementare il numero degli studenti» inizia il direttore Mazzeo, e butta lì una proposta che il rettore Rizzuto accoglie: l’avvio di un nuovo corso in Scienze motorie. Fatto. Tocca al rettore: «Il nostro ateneo tiene moltissimo a questo impegno e sono grato a quelli che lo rendono possibile. Dico grazie ai detenuti che hanno voluto studiare, guardare avanti, credere nella cultura e chiedo l’orgoglio di essere iscritti alla nostra università». Il microfono passa a Enrico Sbriglia, provveditore dell’amministrazione penitenziaria Nordest: «Qui non ci sarà evasione scolastica…», il ridacchiare è d’obbligo; «Non ci può essere cultura se non c’è cultura della libertà, ma non libertà a basso prezzo: la democrazia non è naturale, comporta fatica». Sergio Giordani, il sindaco, che il direttore Mazzeo ha chiamato in causa chiedendogli che Padova consideri il carcere una parte di sé, non un pulviscolo nell’occhio, accetta l’impegno e cita la casa del Comune per i semiliberi, gestita dall’associazione Piccoli Passi. C’è, e per fortuna, ma non basta. Ci vorrebbe un altro, grande passo. «Studio e lavoro sono fondanti nel trattamento» dice a ragion molto veduta Lara Fortuna, magistrato di sorveglianza, «i detenuti acquistano dignità, impiegano e non perdono il tempo, è motivo di orgoglio nei confronti delle loro famiglie, fuori». Il prefetto Renato Franceschelli, concreto, garantisce disponibilità a partecipare e organizzare incontri in carcere «per raccontare il nostro lavoro». Efficace il neo-questore Paolo Fassari: «Chi lavora sulla sicurezza deve lavorare sulla prevenzione, non basta la repressione. E sappiamo bene che tra i detenuti che studiano o lavorano, il tasso di recidiva è molto minore». Anche Oreste Liporace, comandante provinciale del carabinieri, si fa trascinare dalla corrente di motivazione collettiva e «verrò con i colleghi a collaborare con le attività del carcere». Potrebbe essere utile agli studenti “interni” di giurisprudenza, metti un ripassino.
Il comandante della polizia penitenziaria Carlo Torres dà voce agli agenti di custodia caricati dal normale lavoro più quello legato al trattamento dei detenuti ovvero la mobilità derivata dalle attività interne: accompagnare, aprire e chiudere cancelli, tornare a prendere e via controllando. La responsabile dell’università al Due Palazzi è Francesca Vianello, il suo lavoro è prezioso e lei guarda avanti: «Abbiamo anche iscritte alcune detenute della Giudecca e qualcuno del circondariale» spiega; sogna di allargare la collaborazione alle altre università venete; chiede più collaborazione dai docenti perché mica è tutto oro anche se luccica e insiste per ampliare il Polo universitario del Due Palazzi. Dove c’è un’ala (sette celle per 10 posti) destinata a chi frequenta l’università: con sala studio, cucina dove preparare e mangiare assieme, biblioteca. Ci stanno in sette, gli altri iscritti sono nelle normali sezioni. Applausi col cuore per la prorettrice Daniela Lucangeli che ha parlato di emozioni, chimica del cervello, degli strumenti per ostacolare l’onda lunga e pervasiva dell’angoscia, della noia, della tristezza, di come e perché lo studiare alimenti le emozioni antagoniste al lasciarsi andare.
Poi il finale con Andrea Pennacchi attore (ha fatto teatro con i detenuti) e Giorgio Gobbo, musicista, i quali hanno convinto tutti che Shakespeare era veneto. Compreso il colonnello immerso nelle mostrine che, seduto accanto alla postazione del volpone Pennacchi, è stato suo malgrado coinvolto da qualche boutade. Basito per un istante, ha poi tirato fuori un inedito “esprit du théâtre”. Pièce esilarante cum laude. E corali risate hanno seppellito per un po’ la pesantezza delle sbarre. liberta dell’anno accademico 2018 carcere





